25 Set Balcani – Croazia Bosnia
BALCANI – Croazia Bosnia
500 km 7700 dsl+
Giugno 2026
A Spalato è mattina presto. Un timido sole croato ci scalda i fondelli mentre sulla banchina del porto ci indaffariamo – stringi qua, stringi di là, dove ho messo il garmin, qualcuno ha portato la crema solare eccetera – nel rimettere in marcia le nostre bici come il dio del bikepacking comanda. Dalla pancia del traghetto escono ancora le ultime auto tra le grida dei portuali. Le grandi navi sono il top per viaggiare in bici: parti la sera, dormi in cuccetta e ti svegli la mattina fresco come una rosa o quasi, se non hai esagerato con i drink; entri per ultimo ed esci per primo dalla stiva, e la tua bici farà sonni tranquilli, cullata com’è dalle onde. Niente telai in acciaio fatti per resistere ai traumi dell’imbarco aereo, stavolta ci portiamo appresso le nostre fidate – e delicatine, gravel in carbonio, compagne di mille (dis)avventure.


La missione: chiudere in cinque giorni un anello di 500 km e 7.700 dsl+ a cavallo tra Croazia e Bosnia, ricalcato – in parte – lungo gli impervi e desolati tracciati della Trans Balkan Race.

Ci facciamo strada nel traffico per raggiungere le rovine romane nel centro città, fare due foto, un po’ di sightseeing – il minimo sindacale, insomma, vista la solita fretta di abbandonare la civiltà per imprecare su qualche sterratone fradici di sudore. Spalato, con questo sole primaverile, è una chicca; verrebbe voglia di fermarsi un po’ di più ma già la strada sale, si impenna, e le belle spiagge assolate sono solo un ricordo.

Prima notte a Imotski, paesotto sonnecchiante vicino alla frontiera bosniaca; al mattino, di buon ora, ci concediamo una visita allo splendido lago carsico appena fuori città (il c.d. Modro Jezero, lago blu per gli amici, dove verrà imbastita una delicata e complessa operazione di recupero di una cam finita, chissà come, sul fondo del lago) e poi via, dritti a palla di cannone verso la magica Mostar passando per Međugorje, non prima di aver varcato il confine UE – Extra UE.

Dopo una lunga e drammatica sgroppata controvento sulla Ciro Trail, ciclabile disegnata sul tracciato di una vecchia ferrovia sulla quale, rimanga tra noi, si nutrivano ben altre aspettative, ci ritroviamo a sgargarozzare birre e ingurgitare vagonate di Ćevapčići, le gustosissime salsiccette balcaniche, non lontano dall’iconico ponte di Mostar, distrutto durante la guerra e ricostruito nel 2004, da cui qualche turista troppo coraggioso o troppo sbronzo si tuffa nella Neretva dopo un folle volo di oltre 24 metri. Nei pressi di un’antica moschea scambiamo due chiacchiere con Ibrahim, il custode, che ci invita ad entrare ma dobbiamo rifiutare, siamo in partenza e ci aspetta una giornata dura. Gli chiediamo com’è stato rimanere in città durante la guerra, durante il terribile assedio iniziato nel 1993 e terminato l’anno dopo; un brivido percorre la schiena quando risponde, tranchant: “God only knows”.

Un ultimo saluto allo Stari Most e si puntano le due ruote verso la parte più wild dell’anello, direzione Parco Nazionale di Blidinje, altopiano disegnato da aspre montagne, foreste alpine, laghi e panorami immensi, primordiali. Il caso vuole che i primi concorrenti della Trans Balkan Race, una delle più dure ultracycling al mondo – che noi stiamo percorrendo al contrario – ci vengano incontro a velocità disumane, mentre divorano chilometri e chilometri di queste lande desolate. Noi poveri mortali del bikepacking, con ambizioni ben più terrene, prima di scendere a Livno attraversiamo un altopiano popolato da cavalli selvaggi: pascoli immensi e orizzonti che sembrano infiniti, chilometri di piste sterrate da percorrere in religioso silenzio; è chiaramente l’highlight di tutto il viaggio, quella sensazione che ti ripaga di tutta la fatica e che ti lascia, nel cuore, un ricordo indelebile.


Il riavvicinamento verso Ovest, verso la Croazia, è ormai iniziato; veniamo sorpresi da un acquazzone ma le compassionevoli divinità del bikepacking ci fanno trovare una casa abbandonata con una pergola che ci toglie dagli impicci. All’allegra compagnia della pergola si aggrega una cagnetta, oltremodo simpatica e parimenti zuppa, in seguito ci trotterellerà accanto per qualche chilometro, nonostante le nostre suppliche di tornarsene indietro. Dopo aver varcato un duro valico montano in direzione Sinj (Signo), affrontiamo un’infinita discesa su tarmac, dove qualche graveller temerario supera abbondantemente gli 80 km/h. Ad attenderci, alla fine del discesone, c’è un piccolo container sgangherato con un doganiere dentro e, ebbene sì, anche stavolta la Tribù è rientrata nella cara vecchia Europa e si avvia verso casa.

